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Monaco | martedì 10 luglio 2018, 12:00

Inquinamento delle acque: in PACA si salva più della metà dei bacini idrici

La Commissione Europea ha pubblicato uno studio completo sulla qualità delle acque del nostro continente. Italia e Francia meglio di Germania e Belgio, ma c'é ancora molto da migliorare

Inquinamento delle acque: in PACA si salva più della metà dei bacini idrici

Oltre mezzo secolo fa in America veniva pubblicato da Rachel Carson "Primavera silenziosa", il primo libro ambientalista a comparire nella letteratura occidentale. Combinando creatività letteraria con la sua competenza in ecologia, la celebre scrittrice e scienziata scosse l’opinione pubblica denunciando in modo accessibile e comprensibile da tutti gli abusi di pesticidi, erbicidi ed insetticidi da parte di governi e aziende chimiche.

Queste sostanze chimiche, insieme con gli altri inquinanti antropogenici tra cui i metalli pesanti, vengono disciolti nelle falde acquifere e nei bacini idrici, dove attraverso complicatissime reazioni chimiche diventano “elisir mortiferi”. Ciò non si ripercuote soltanto sull’idoneità dell’acqua per la consumazione urbana o per l’irrigazione, ma anche sulla salute di ecosistemi: percorrendo la catena alimentare, le concentrazioni di inquinanti aumentano fino ad arrivare a livelli letali per predatori ed esseri umani. Grazie a questa consapevolezza abbiamo evitato il collasso ambientale per un soffio, ma di quanto è realmente migliorata la situazione in Europa da allora?

La settimana scorsa, l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) della Commissione europea ha diffuso il 2018 European Waters Assessment (“Valutazione delle acque europee”), con lo scopo di determinare gli effetti della 2000 Water Framework Directive sulla qualità ecologica e chimica della rete idrica degli stati membri. L’Italia non compare molto in questo report per via della sua mediocrità, ma ci sono vaste aree di miglioramento in Sicilia e nel “triangolo industriale” come anche nella frequenza e qualità dei monitoraggi effettuati dall’ARPA. In Francia, la situazione è più stabile, anche se il paese è spaccato tra un nord dal forte stress idrico, soprattutto nella capitale, ed un sud dalla qualità dell'acqua più soddisfacente.

Sono molti i dati neri che si possono evincere da questo report incriminante. Ben il 60% delle acque superficiali hanno uno scadente “status ecologico” (cioè della vita acquatica): le cause principali individuate sono contaminazioni di zinco, rame, arsenico e glifosfati. Per quanto riguarda lo “status chimico”, solo il 38% sono idonei a giudizio degli scienziati dell’AEA, con preoccupanti tendenze nella diffusione di mercurio, cadmio e TBT (biocida contro le incrostazioni sugli scafi).

Complessivamente, tra gli stati UE più virtuosi primeggiano Romania, Scozia ed Estonia, mentre deludono Germania e Belgio dove meno di un bacino su dieci soddisfa gli standard europei. In Italia, lo scenario è molto più vario: in Sicilia la situazione eguaglia quella tedesca, seguita dalla Liguria con tre quarti dei suoi fiumi e coste afflitti da inquinamento cronico; nel contempo, la Sardegna ed il nord-est sono tra le regioni migliori dell’Europa occidentale. In Piemonte si salvano appena la metà delle acque e c’é molto da fare per migliorare la gestione dei bacini idrografici dei grandi fiumi, come il Po e la Dora. Nelle regioni francesi d'oltralpe, come Provence-Alpes-Côte-d'Azur e Rhône Alpes, circa il 60% dei bacini idrici non è colpito da degrado ecologico.

Tuttavia, come nota Peter Kristensen (l’autore principale dello studio), le condizioni dell’idrosfera del vecchio continente hanno fatto passi da gigante con l’affermarsi del diritto ambientale europeo a partire dagli anni ’90. Infatti, sembra proprio che i capi dell’Unione Europea abbiano seguito - anche se a tempo debito - le raccomandazioni di Carson. Le acque che hanno riscontrato i più grandi miglioramenti sono quelle che erano in precedenza avvelenate da fertilizzanti e pesticidi, in particolare DDT. Ad esempio, la concentrazione media di nitrati è stata abbattuta di circa un milligrammo al litro in meno di due decenni. Ora, questo ormai fortunatamente superato tipo di inquinamento, caratteristico della Green Revolution degli anni ’50, è prevalentemente relegato alle acque sotterranee che impiegheranno molto più a lungo per rinnovarsi.

É tempo di affrontare i nuovi elefanti nella stanza che minacciano l’integrità delle acque europee e la salute degli esseri viventi che dipendono da esse. I metalli pesanti come mercurio, cadmio e piombo possono causare sintomi che variano dalla depressione a tumori di ogni genere: la loro concentrazione deve essere ridotta soprattutto in zone minerarie, come alcune valli nel nord della Svezia, ed industriali, ad esempio il Benelux, per tutelare la qualità di vita di cittadini UE. L’utilizzo di combustibili fossili contribuisce anche a questo problema dal momento in cui i metalli pesanti sono prodotti secondari che prima o poi dall’atmosfera vanno a finire nella rete idrica.

Rincorrendo i progressi della scienza, esemplificati dalla ricerca guidata dal Prof. Boano al Politecnico di Torino, cittadini e legislatori europei devono continuare a contrastare l’inquinamento dell’acqua su tutti i fronti, anche quello delle microplastiche. Non ci sono solo in gioco - come ribadisce il report - i target ambientali europei come quelli del 2020 sulla biodiversità, ma anche la sacrosanta abilità dei nostri figli di usufruire del dono più indispensabile di madre natura. Solo lottando per una "primavera rumorosa" si può onorare l’implicito contratto tra questa generazione e quella futura.

Nicola Gambaro

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