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Altre notizie | 17 gennaio 2021, 10:40

Storia: il Principato di Monaco alla prova dei moti liberali del 1821

Nonostante l'intervento pacificatore delle truppe sarde, la situazione non rimase tranquilla.

Storia: il Principato di Monaco alla prova dei moti liberali del 1821

Come si è ricordato in altra occasione, i moti liberali spagnoli e piemontesi del 1821 diedero avvio a grandi manifestazioni popolari a Mentone, intese a richiedere una costituzione. Nonostante l'intervento pacificatore delle truppe sarde, la situazione non rimase tranquilla.

La popolazione del Principato continuava a chiedere nuove leggi sul diritto di proprietà, il suffragio popolare e i poteri limitati dello Stato. Al contrario le riforme del Principe tendevano in parte alla nazionalizzazione dell'industria e del commercio, ai poteri illimitati e alle nomine dall'alto. Lo scontro tra queste due concezioni porterà alla ribellione e al distacco da Monaco di Mentone e Roccabruna, le quali tenderanno ad unirsi al Piemonte, dove si attirava appunto un vasto movimento verso le libertà borghesi. Il Principe, invece, fissò solo delle regole alla principale industria del paese, quella degli agrumi: secondo queste normative i proprietari non potranno toccare i frutti, i quali verranno raccolti, controllati e trasportati dagli ufficiali comunali, senza che essi debbano intervenire; vi saranno in proposito dei sorveglianti permanenti della produzione e la coltura sarà divisa in tanti "posti", con a capo un capoposto o "tagliatore", servito da due uomini e qualche donna per il trasporto dei frutti e tutti saranno funzionari scelti da un Consiglio formato dai Consoli e tre deputati di nomina sovrana, che avranno i compiti di di regolare le operazioni di raccolta in quantità,organizzazione e trasporto, spedizione, sorveglianza, conservazione, registrazione e ricavi. Il Principe istituì anche qualche industria e rivendita di Stato. Il Comandante della Marina fu autorizzato ad aprire due magazzini, uno di tela verde e l'altro di cordami, e tutti i marinai e pescatori erano obbligati a comprarne per i loro bisogni. Una filanda per tele varie venne pure installata nel Palazzo, e così in un altro stabile una di cotone e una fabbrica di cappelli di paglia. L'importazione della farina e delle granaglie fu prerogativa del Principe, che ne diede l'appalto ad un ex fornitore dell'armata francese, certo Chapon.

Tali misure dirigistiche vennero accompagnate dalle misure doganali e dalle coercizioni sulle persone senza cui non potevano mantenersi. Era anche proibito coltivare agrumi fuori dei confini per non creare concorrenza alla produzione locale; proibito anche introdurre merci simili a quelle nazionali, proibito lamentarsi del prezzo o della qualità di quest'ultima. Era inoltre proibito chiedere aumenti salariali che avrebbero tolto ai prodotti locali il loro valore esportativo. Ma il malcontento che non si poteva esprimere in patria era manifestato con pubblicazioni all'estero. I poveri monegaschi si rivolsero anche al Re di Francia e minacciarono di chiedere l'annessione al Regno di Sardegna.

Il Congresso delle Potenze si pronunciò, a sua volta, a favore dei monegaschi, affermando che al Principe non era stato riconsegnato il paese per ridurlo in tali condizioni di disagio (livrer les habitants à un système de désolation). Il tutto si inquadrava nelle crescenti rivendicazioni liberali di quegli anni nel Vecchio Continente.

Pierluigi Casalino

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