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Business | 28 maggio 2024, 07:00

Intervista Andrea Ranocchia: il problema razzismo è certamente culturale

Andrea Ranocchia, ex difensore dell’Inter, si racconta a cuore aperto in un’intervista in cui, tra le tante altre cose, si sofferma sul problema del razzismo e su quanto questo sia radicato culturalmente in un’Italia di giovani senza valori. Vediamo cosa ha detto.

Intervista Andrea Ranocchia: il problema razzismo è certamente culturale

Andrea Ranocchia, cuore nerazzurro, è molto felice della seconda stella conquistata quest’anno. In più, il titolo è arrivato durante la stracittadina, quindi ancora più bello: “vincerlo nel derby ha un sapore ancora più importante. Quindi diciamo che l’importante era vincere, però vincere nel derby è ancora più speciale.”. A questo proposito, nella sua intervista esclusiva su sitiscommesse.com, Andrea ricorda il suo primo derby, una partita molto importante che avrebbe potuto significare primo posto in classifica nel suo primo anno interista: “Abbiamo avuto lo scontro diretto con il Milan che eravamo due punti sotto e l’abbiamo perso. Purtroppo, quello è un ricordo di un derby terribile, però era anche il mio primo derby, quindi sicuramente il sapore, l’atmosfera pre-partita è stata veramente emozionante.”

Non si può sempre celebrare una vittoria bella ed emozionante. Questo Ranocchia lo sa e fa il paragone tra una stagione calcistica dominata in campionato e meno spadroneggiante in Champions League. L’Inter, infatti, è uscita ai rigori nella doppia sfida contro l’Atletico Madrid ma, di certo, non ha perso il passaggio di turno in terra ispanica: “In Champions è dentro fuori soprattutto quando passi il girone… è sempre deciso dagli episodi, dallo stato di forma e l’Inter per me, purtroppo, non l’ha persa al ritorno perché comunque al ritorno l’Atletico ha fatto una grandissima partita, non si può che dire bravi agli avversari quando se lo meritano e quando fanno delle belle partite, ma tanto all’andata.”.

Dirigenza dell’Inter e il ruolo dell’allenatore moderno

Ranocchia ha grande stima e celebra la dirigenza nerazzurra attuale: “Per me quelli della dirigenza negli ultimi anni sono stati dei fenomeni a livello mondiale. Io non credo che altri dirigenti siano riusciti a fare il lavoro che hanno fatto loro visto il pochissimo budget, cioè quasi zero.”. Non era facile acquistare giocatori di livello con quei soldi e Marotta, con Ausilio e Baccin, ha creato una rosa incredibile.

Grande merito va anche a Zhang che ha preso l’Inter quando aveva un sacco di problemi e l’ha resa una grande squadra a livello mondiale. Zhang è stato anche il presidente di Ranocchia e l’ex calciatore sostiene che sia stato un uomo molto attento alla squadra, anche se non presente spesso. Queste belle parole sono simbolo di quanto di buono sia stato fatto negli ultimi anni, anche grazie a Simone Inzaghi, uomo di calcio, grande allenatore ed esempio di quell’allenatore moderno che tanto piace ad Andrea.

“L’allenatore moderno, un allenatore di alto livello, sicuramente incide tantissimo. Ad oggi, l’allenatore è il capitano, è il capo, è quello che deve essere psicologo, deve essere tecnico, deve essere tattico, deve gestire 25 personalità più tutti quelli che ruotano intorno. E un allenatore di alto livello deve essere bravo in tutte queste cose.’. Una volta, dice Andrea, non era affatto così. Il mister pensava ai moduli non a migliorare i propri giocatori. Ora, invece, come per De Rossi che ha preso la Roma dopo l’esonero di Mourinho, creare gruppo è più importante di ogni altra cosa e, con GPS e strumenti moderni, si può anche monitorare e far crescere calcisticamente il giocatore singolo.

Ai suoi tempi, quando ha iniziato, si imparava dai grandi giocatori che avevi affianco. E questo, specie nel suo primo anno (il 2011, l’anno dopo il Triplete), è quello che è accaduto a Ranocchia: “Mi son ritrovato nello stesso spogliatoio con quei campioni che magari ammiravo qualche mese prima in TV. Lo stupore più grande è che sono stati tutti bravissimi con me, mi hanno accolto benissimo. Non c’è stato un giocatore che mi abbia messo in difficoltà. Ti dico Stankovic, Materazzi, Chivu, Thiago Motta sono questi giocatori che mi hanno aiutato un po’ a capire che cosa era l’Inter, che cosa voleva dire giocare l’Inter".

Il problema razzismo e la pressione sui giovani calciatori

Ranocchia spende parole sul problema razzismo nel calcio e su quanto sia radicato, nonostante qualche miglioramento rispetto ai tempi del suo calcio giocato: “Secondo me no, non sta peggiorando. Un po’ di anni fa era peggio. Anche all’interno di uno stadio si sentivano tanti buu razzisti da parte dei tifosi. Il problema è che non sta migliorando, non sta migliorando così tanto. Purtroppo, il problema è culturale, il problema proviene da fuori del mondo del calcio.”. Continua dicendo che queste nuove generazioni sono prive di valori, rintontite dall’uso dei social che non solo è una cassa di risonanza per gli insulti ma che ha trasformato 60 milioni di italiani in allenatori pronti a sparare sentenze nell’arco di pochi secondi.

Questo modus operandi ha generato una pressione enorme sui giovani calciatori: “Adesso tutti sono giornalisti, tutti possono scrivere qualsiasi cosa, tutti possono arrivare a qualsiasi giocatore con due righe. E quindi il calciatore ha tanta più pressione che poi purtroppo sfocia in campo.”. Il calciatore, dunque, nel giro di qualche partita, può diventare un nuovo fenomeno o essere già catalogato come brocco. Questo non serve a nessuno e alimenta un’aggressività che, anche sul perimetro di gioco, è evidente.

Ranocchia si augura, soprattutto per suo figlio che ha appena intrapreso la trafila per diventare calciatore che il calcio resti, il più a lungo possibile solo un gioco. Ha visto tanti, troppi, genitori caricare i figli come se dovessero per forza diventare professionisti e alcuni di loro hanno anche chiesto allo stesso Andrea di poterli aiutare a entrare in qualche squadra di club. Comportamento inaccettabile per l’ex calciatore che considera questo atteggiamento pericoloso anche per i bimbi che vivono il gioco come una vera e propria gara ad ostacoli per raggiungere l’obiettivo. Anche per questa ragione, a due anni dal ritiro, l’ex difensore non ha voglia di tornare nel calcio che conta. Il suo pensiero attuale è quello di continuare a commentare le partite, lavorare come podcaster e godersi la famiglia. Il resto se sarà, sarà più nel futuro, senza troppe aspettative e con maggiore passione di quanto ne abbia ora.

Richy Garino

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