Business - 18 maggio 2026, 17:17

Dal silenzio imposto alla libertà: la voce di Yasmine Mohammed al Salone del Libro

C’è una frase, nel libro Senza velo. Come l’Occidente rafforza l’Islam radicale (Hope Edizioni, 2024), che più di ogni altra sintetizza la storia di Yasmine Mohammed: "La paura era la mia normalità"

Senza velo non è solo una testimonianza. È una denuncia. È il racconto diretto di una donna cresciuta in un contesto familiare segnato da integralismo, violenza e imposizioni - dal velo portato da bambina a un matrimonio forzato - e riuscita a sottrarsi a quel destino per costruire una nuova vita.

Nel libro, Yasmine scrive anche: «Mi dissero che il mio corpo era vergogna» e ancora «Non avevo scelta. Non avevo voce». Parole che non restano confinate a una vicenda personale, ma diventano la chiave per leggere una condizione che, secondo l’autrice, riguarda ancora oggi molte donne, anche in Occidente.

Attivista per i diritti umani, recentemente protagonista di un incontro con Hillary Clinton, Mohammed è oggi una delle voci più dirette e controverse nel dibattito internazionale su libertà, religione e diritti delle donne.

In occasione della sua partecipazione alla 38ª edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, abbiamo raccolto una serie di domande che partono dal suo libro per allargare lo sguardo: dalla sua esperienza personale alla condizione delle giovani donne musulmane oggi, fino al rapporto — spesso complesso — tra integrazione, identità e libertà nelle società occidentali.

Infanzia e violenza

Nel libro lei scrive: «La paura era la mia normalità». Se la violenza diventa normalità, quando e come una bambina capisce che quella vita non è giusta? O rischia di non capirlo mai?

Sì, questo è decisamente un rischio, se non addirittura un esito inevitabile. Io ne sono un esempio. Sono passata da una vita in cui venivo picchiata dall’uomo che mia madre aveva sposato a un’altra in cui venivo picchiata dall’uomo che mi hanno costretta a sposare. Era doloroso e deludente, certo, ma non lo percepivo come qualcosa di anomalo. Anche dopo essere riuscita a liberarmi, ci sono voluti molti, moltissimi anni per guarire dalle ferite psicologiche e arrivare finalmente a capire che non è normale vivere costantemente nella paura, essere sempre in uno stato di allerta, come se si dovesse combattere o fuggire. E anche quando la mente arriva a comprenderlo, servono molti altri anni per convincere il corpo, il sistema nervoso, a smettere di vivere nel terrore e di prepararsi continuamente alla violenza.

Il velo imposto

Lei racconta: «Mi dissero che il mio corpo era vergogna». Allora glielo chiedo senza giri di parole: il velo imposto è davvero una scelta religiosa o è uno strumento di controllo sul corpo e sulla libertà delle donne?

È, senza alcun dubbio, uno strumento di controllo sul corpo di una donna, sulla sua mente e sulla sua possibilità di esistere nel mondo come essere umano autonomo. Una scelta non può dirsi legittima se la decisione di rinunciarvi viene punita con violenza, prigionia o persino con la morte. La libertà di scelta implica l’assenza di conseguenze, sia che lo si indossi sia che non lo si indossi. Inoltre, si tratta di uno strumento di misoginia che alimenta la colpevolizzazione della vittima e la cultura dello stupro: il Corano dice alle ragazze e alle donne di coprirsi affinché gli uomini non le molestino. Non dice agli uomini di non molestare le donne. Attribuisce alle donne la responsabilità del comportamento di quegli uomini.

Matrimonio forzato

Parlando del matrimonio combinato scrive: «Non avevo scelta. Non avevo voce». Oggi, in Occidente, quante ragazze sono ancora senza voce dentro le mura di casa, anche se fuori sembrano libere?

È impossibile esprimere la propria opinione contro la misoginia nell’Islam o contro qualsiasi aspetto dell’Islam. Si rischia la vita. In Occidente abbiamo il mondo libero appena fuori dalla finestra: possiamo guardarlo, ma non possiamo farne parte. È una tortura. Studiavo il femminismo e desideravo vivere in un mondo in cui le donne fossero considerate esseri umani alla pari, ma sapevo che per me era impossibile. La mia religione insegnava che gli uomini sono più intelligenti delle donne, che le donne non possono essere leader e che gli uomini sono i guardiani delle donne, come se fossimo cani. Accettare il proprio destino è estremamente difficile. Le statistiche sulla violenza d’onore e sui cosiddetti delitti d’onore sono allarmanti. Questo è il rischio che corrono le ragazze che si oppongono.

Ribellarsi oggi

Lei è riuscita a scappare. Ma oggi una ragazza che vive in Europa, sotto pressione familiare integralista, a chi si rivolge davvero? E cosa rischia concretamente nel momento in cui decide di dire «no»?

È una situazione persino peggiore oggi rispetto ai tempi in cui ero giovane. Perché ormai l’opinione pubblica è convinta che l’Islam sia una religione splendida e pacifica, che l’hijab (il velo) sia emancipante e persino femminista, e chiunque esprima un dissenso viene etichettato e screditato come «islamofobo». Questo termine, quando ero giovane, non esisteva. Non vivevamo in questo clima di manipolazione e confusione. Quando riuscii a rivolgermi a un’avvocata e a chiederle aiuto, lei comprese subito la mia situazione e mi sostenne in modo determinante. Oggi, invece, assistiamo a un’opinione pubblica che arriva perfino a celebrare l’ideologia che ci opprime. È un tradimento profondo.

Integrazione e velo

Parliamo di integrazione. Si può davvero essere pienamente parte della società occidentale quando si è obbligate a indossare un simbolo che, di fatto, segna una distanza dagli altri? O stiamo fingendo che il problema non esista?

Oh, esiste eccome. E, se si esaminano i precetti relativi all’hijab, si scopre che il Corano dice esplicitamente alle donne di indossarlo per distinguersi dai non musulmani. Tra tutti gli aspetti tossici di questo simbolo, l’hijab è anche uno strumento utilizzato deliberatamente per creare divisione.

Scuola e futuro

Nel libro emerge quanto l’istruzione sia stata per lei una via di fuga. Eppure molte ragazze vengono fermate proprio quando iniziano a brillare. Come si spezza questo schema? E cosa direbbe a chi studia per dimostrare di valere, ma rischia comunque di essere fermata?

Questo è ciò che facciamo tutte. Cerchiamo di ottenere quanta più istruzione possibile prima che la porta ci venga sbattuta in faccia. Alcune ragazze sono molto coraggiose, forti e intraprendenti, e riescono a continuare nonostante il controllo dei genitori. Ma resta un problema costante. L’istruzione è potere, ed è l’ultima cosa che vogliono concedere a una ragazza o a una donna. È per questo che la Repubblica Islamica dell’Afghanistan vieta alle ragazze di ricevere un’istruzione. È solo un altro modo per controllare le donne: controllarne la mente e il corpo significa esercitare su di loro un controllo totale.

Occidente e ipocrisia

Lei scrive: «In nome della tolleranza, l’Occidente chiude gli occhi». Glielo chiedo in modo diretto: l’Occidente oggi è davvero tollerante… o è semplicemente codardo quando si tratta di difendere le donne?

Questa è un’ottima domanda. Credo che l’ostentazione della tolleranza sia, in realtà, un modo per mascherare la paura. Penso che tu abbia ragione: oggi appare come la scelta più facile, ma ciò che molti non capiscono è che cedere a un prepotente non lo farà mai arretrare; al contrario, lo incoraggerà a esercitare ancora più pressione. Il vostro Primo Ministro ha dimostrato fermezza nel disporre l’espulsione di uomini che sostengono il matrimonio minorile in Italia. Questo è un segnale positivo. I genitori di Hina Saleem, nonché i suoi assassini, sono stati condannati all’ergastolo. Le forze dell’ordine italiane hanno riportato in Italia il padre di Saman Abbas dal Pakistan, affinché scontasse l’ergastolo per l’omicidio della figlia. È esattamente questo il tipo di risposta di cui abbiamo bisogno. Tolleranza zero verso queste idee e pratiche barbariche è l’unica strada per andare avanti. Finché continueremo a esitare, giustificando con frasi come «fa parte della loro cultura» o «è la loro religione», non faremo altro che legittimare e favorire questi comportamenti.

Il caso italiano e il silenzio

Il caso di Saman Abbas ha scosso l’Italia, ma per molti giorni si è parlato di «scontro culturale» più che di diritti negati. Secondo lei stiamo ancora cercando giustificazioni invece di chiamare le cose con il loro nome? E quanto è esteso, davvero, questo fenomeno sommerso?

Assolutamente. Mi si rivolta lo stomaco ogni volta che sento queste scuse e giustificazioni. Ma a chi importa? E allora se la loro cultura è diversa e giustifica i delitti d’onore. E quindi? Perché dovrebbe essere significativo o rilevante? Ci sono state culture che sacrificavano vergini e che compravano e vendevano esseri umani nel commercio degli schiavi. Le culture possono compiere atrocità. La cultura non è una giustificazione per comportamenti barbari. La gente si comporta come se la cultura fosse qualcosa di sacro, intoccabile, che non può mai evolvere o cambiare. No, certo che no. E soprattutto quando si tratta delle donne. Se in Occidente le culture non fossero state spinte a progredire attraverso la critica, oggi vivremmo tutti in modo molto diverso. Devono essere criticate e incoraggiate a evolvere, ovunque.

Libertà o appartenenza

Nel libro emerge chiaramente un conflitto: libertà individuale contro appartenenza. È possibile tenere insieme entrambe le cose o, a un certo punto, bisogna scegliere?

Questa è una domanda complessa, e credo che la risposta che meglio risuona con me sia questa: tutti abbiamo bisogno di appartenenza e la desideriamo, ma dobbiamo poter scegliere noi la nostra «tribù», il luogo a cui sentiamo di appartenere. Non può essere qualcosa imposto dal caso della nascita. Sono sempre stata profondamente legata all’Italia, fin da quando ero bambina. Questo non sorprenderà nessuno, perché tutti amano l’Italia. Ma ora che la mia figlia più piccola sta iniziando l’università e presto lascerà il nido, sto facendo progetti per trasferirmi in Italia e farne la mia casa. Ho scelto io la mia «tribù». La dolce vita, la passeggiata, il dolce far niente… sono idee che parlano al mio cuore in modo profondo. Ho vissuto qui per un breve periodo durante la pandemia e mi sono innamorata perdutamente di ogni aspetto: la cultura, il paesaggio, l’arte, l’architettura e, naturalmente, il cibo. Sono grata di avere la possibilità di scegliere a quale «tribù» appartenere.

Essere musulmana senza essere integralista

Immagini questa situazione: sono una ragazza musulmana nata in Italia, cresciuta in una famiglia integralista. Non condivido le imposizioni, ma sono orgogliosa della mia fede e voglio restare musulmana. Qual è la strada? E soprattutto: quali sono i limiti da non superare, da una parte e dall’altra, tra fede e libertà?

Questa è una domanda che mi viene posta continuamente dalle ragazze. Odiano tutto ciò che riguarda il controllo misogino esercitato dalla religione e dalla cultura, ma amano i loro genitori, i fratelli, le nipoti e così via. Sanno che rinnegare la religione può significare solo perdere la propria famiglia. Spesso conducono per molto tempo una doppia vita logorante, finché la dissonanza cognitiva non diventa più sostenibile. È difficilissimo essere una donna musulmana indipendente, mentalmente aperta, e allo stesso tempo essere accettata da una famiglia rigidamente fondamentalista. In realtà, è quasi impossibile. Tuttavia, se si ha la fortuna di essere nate in una famiglia musulmana aperta e disposta a sostenerti nelle scelte di vita che decidi di intraprendere, allora c’è speranza.

Convivenza reale o apparente

In Italia convivono comunità diverse, in particolare musulmani e cattolici, spesso nello stesso quartiere, nella stessa scuola. Ma questa è vera integrazione o semplice convivenza parallela? E quando i valori entrano in conflitto - libertà individuale da una parte, tradizione religiosa dall’altra - chi dovrebbe fare un passo indietro?

Non ho alcun dubbio che sia assolutamente responsabilità degli immigrati rispettare la società che li ha accolti. Sto studiando italiano in preparazione del mio trasferimento qui. Ho intenzione di integrarmi nella società il più possibile, per rispetto ma anche per amore. Chi non vuole integrarsi non ha rispetto per la vostra casa né amore per il vostro popolo. Credetemi quando lo dico con chiarezza: oggi nel mondo esistono 57 Paesi a maggioranza musulmana. Come pensate che sia accaduto? I musulmani hanno colonizzato un quarto del pianeta, e non hanno ancora finito.

Il limite della tolleranza

Le pongo una domanda diretta, forse scomoda: in un Paese come l’Italia, con una forte identità culturale e radici cattoliche, fino a che punto è giusto tollerare pratiche o visioni che limitano la libertà delle donne in nome della religione? E soprattutto: esiste un momento in cui la tolleranza diventa complicità?

Sì, al cento per cento. La religione non dovrebbe mai essere utilizzata come un’arma contundente per attaccare le donne. Non possiamo in alcun modo giustificare istituzioni che limitano la libertà femminile, siano esse religiose o di altro tipo. È inaccettabile, e queste convinzioni devono essere combattute con la massima fermezza e decisione.

Il prezzo della libertà

Lei ha pagato un prezzo altissimo per la sua libertà. È inevitabile? Oppure esiste oggi un modo meno traumatico per uscire da certe dinamiche?

Se esiste, non ne sono ancora a conoscenza. Nel mio podcast Forgotten Feminists, ogni donna ha avuto un’esperienza tragica. Per gli uomini è molto più facile, a meno che non siano gay, nel qual caso di solito soffrono anch’essi profondamente. Naturalmente, tutto questo si colloca su uno spettro. Se sei una giovane donna in Pakistan o una giovane donna a New York, avrai esperienze radicalmente diverse. Le risorse disponibili per sostenerti o per opprimerti variano enormemente. A livello psicologico, però, le differenze sono molto minori. Le prime catene, e le più difficili da spezzare, sono nella mente.

Un messaggio diretto

Se oggi una ragazza la sta ascoltando e vive quello che lei ha vissuto, qual è la prima cosa concreta che dovrebbe fare, domani mattina?

Ama te stessa. Ama te stessa più di chiunque altro ti circondi. Hai una sola occasione nella vita, e nessuno sa quanti anni ti restano per apprezzare e vivere questo miracolo. È la tua vita, e soltanto tua. E solo tu sai qual è il modo migliore di vivere i tuoi anni, ciò che è davvero più in sintonia con la tua anima. Non vivere per gli altri: anche loro hanno la propria vita. Sono affari loro. Questa vita è la tua. Accoglila, custodiscila e vivila fino in fondo. Vivila libera.

In Italia, Senza velo è pubblicato da Hope Edizioni, realtà editoriale indipendente fondata da Rosy Fotia nel 2017, che negli anni ha costruito un catalogo attento ai temi dell’identità, dei diritti e delle trasformazioni sociali. Una visione riassunta anche nelle parole della casa editrice: «Dal romance al thriller, fino alla narrativa LGBTQ+, crediamo che ogni libro possa aprire mondi nuovi e lasciare un segno profondo in chi legge».