La giustizia francese mette un nuovo punto fermo su uno dei casi più controversi legati alla stagione delle proteste dei Gilet gialli.
La Corte d'appello di Lione ha confermato la condanna a sei mesi di reclusione con sospensione della pena nei confronti dell'ex commissario Rabah Souchi, riconosciuto colpevole di complicità in violenze commesse da un pubblico ufficiale per aver ordinato la carica di polizia che, il 23 marzo 2019 a Nizza, provocò il grave ferimento della manifestante Geneviève Legay.
La decisione ricalca integralmente quella pronunciata in primo grado nel marzo 2024 e rappresenta l'epilogo giudiziario di una vicenda che negli ultimi sette anni è diventata uno dei casi più emblematici del dibattito francese sul rapporto tra sicurezza, ordine pubblico e tutela del diritto di manifestare.
La manifestazione e la carica
Quel sabato di marzo la città di Nizza era interessata da una manifestazione non autorizzata del movimento dei Gilet gialli. Tra i partecipanti c'era anche Geneviève Legay, storica militante dell'associazione Attac e figura nota dell'attivismo civile francese.
Durante le operazioni di sgombero, ordinate dal commissario responsabile del dispositivo di sicurezza, la donna, allora settantatreenne, venne travolta dall'avanzata degli agenti, cadendo violentemente a terra.
Riportò numerose fratture al cranio e rimase in coma. Le immagini della manifestante immobile sull'asfalto fecero rapidamente il giro della Francia, trasformandosi in uno dei simboli delle tensioni che caratterizzarono le proteste dei Gilet gialli.
I giudici: «Carica non necessaria né proporzionata»
Nel motivare la condanna, i giudici hanno ritenuto che l'ordine impartito dal commissario non rispettasse i principi di necessità e proporzionalità che regolano l'impiego della forza da parte delle forze dell'ordine.
Secondo la ricostruzione processuale, la folla presente in quel momento non rappresentava una minaccia tale da giustificare un intervento così energico. Diverse testimonianze raccolte durante l'istruttoria avevano inoltre evidenziato la concitazione con cui vennero impartiti gli ordini operativi.
La Corte ha quindi confermato che impartire un ordine di questo tipo integra una responsabilità penale quando determina un uso illegittimo della forza.
Nessuna iscrizione nel casellario giudiziale
Pur confermando la pena, la Corte ha mantenuto anche la decisione di non iscrivere la condanna nel casellario giudiziale dell'ex funzionario, elemento che, sul piano giuridico, evita conseguenze automatiche sulla possibilità di ricoprire incarichi nella pubblica amministrazione.
Secondo quanto comunicato successivamente dal Comune di Nizza, tuttavia, Rabah Souchi lascerà comunque il suo incarico nella polizia municipale alla fine di luglio, dopo aver già chiesto la conclusione del proprio distacco prima della decisione d'appello.
Un caso diventato simbolo
La vicenda Legay ha assunto negli anni un valore che va oltre il singolo episodio. L'inchiesta fu trasferita da Nizza a Lione dopo le polemiche sulla gestione iniziale del procedimento e sui possibili conflitti d'interesse emersi durante le prime indagini, alimentando un intenso confronto politico e istituzionale.
Per le associazioni che si occupano di diritti civili, la conferma della condanna rappresenta un precedente importante perché ribadisce che anche chi impartisce gli ordini durante le operazioni di ordine pubblico può essere chiamato a risponderne penalmente quando l'uso della forza risulta illegittimo.
Per le organizzazioni sindacali delle forze di polizia e per la difesa dell'ex commissario, invece, la sentenza rischia di incidere sull'operatività degli agenti impegnati nella gestione delle manifestazioni.
A distanza di oltre sette anni dai fatti, il caso Geneviève Legay continua così a rappresentare uno degli episodi più significativi del difficile equilibrio tra sicurezza pubblica, responsabilità delle forze dell'ordine e tutela delle libertà democratiche nella Francia contemporanea.