Politica - 18 ottobre 2026, 08:00

Francia, il Paese che cambia

Il bilancio non basta a ricucire le fratture: giovani in piazza, politica sotto pressione e un 2027 sempre più inquieto

Manifestazione studentesca

C’è una domanda che attraversa la Francia di questi giorni, anche quando non viene formulata esplicitamente: chi si sente ancora rappresentato dalla politica? È forse questo il filo che lega le proteste dei liceali, la difficile discussione sul bilancio dello Stato e le prime manovre in vista delle presidenziali del 2027.

A Parigi il governo di Sébastien Lecornu cerca di tenere insieme i conti pubblici e una maggioranza fragile, mentre all’Assemblea nazionale è cominciato l’esame della legge finanziaria per il prossimo anno.

La riduzione del deficit, il debito e il contributo francese al bilancio europeo sono diventati terreno di scontro. Non è soltanto una questione di cifre: dietro ogni risparmio da imporre e ogni spesa da difendere si nasconde una scelta su chi debba sostenere il costo delle difficoltà del Paese.

Fuori dal Parlamento, intanto, la protesta dei liceali continua a interrogare le istituzioni. Le richieste riguardano le condizioni degli edifici scolastici, le risorse e la qualità dell’insegnamento.

Il governo riconosce la legittimità di alcune rivendicazioni, ma il confronto si è fatto più teso, tra blocchi, scontri e timori di nuove violenze. Il rischio è che la questione sociale venga progressivamente oscurata da quella dell’ordine pubblico.

Sarebbe un errore, tuttavia, leggere queste mobilitazioni come il semplice ritorno di una stagione di contestazione. La Francia non è estranea alle piazze, dai gilet gialli alle proteste contro la riforma delle pensioni.

La novità, semmai, è la difficoltà di trasformare il malcontento in una proposta politica capace di aggregare interessi diversi. La protesta esprime una domanda, ma non sempre trova interlocutori in grado di darle una direzione.

È in questo spazio che si inserisce la corsa verso il 2027. Un sondaggio pubblicato da Reuters il 12 ottobre indica Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon in posizione di vantaggio nelle ipotesi di primo turno considerate.

Non è una previsione del risultato finale, ma un segnale della debolezza del centro politico e della capacità delle posizioni più radicali di intercettare una parte dell’elettorato. La successione a Emmanuel Macron si prepara in un clima nel quale la sfiducia rischia di pesare quanto i programmi.

Anche la Costa Azzurra offre qualche indizio. A Nizza, il nuovo corso municipale di Éric Ciotti si misura già con questioni concrete: sicurezza, servizi, trasporti e gestione delle risorse pubbliche. Sono temi locali, ma appartengono allo stesso dibattito nazionale sul rapporto tra cittadini e istituzioni, tra promesse politiche e risultati verificabili.

La Francia che cambia non è necessariamente una Francia che ha già scelto la propria direzione. È un Paese nel quale cresce la distanza tra le domande della società e la capacità della politica di dare risposte convincenti. Da qui al 2027, la partita non si giocherà soltanto sulla popolarità dei candidati, ma sulla possibilità di ricostruire un legame di fiducia.

Perché il malcontento può portare voti a chi promette una rottura. Ma governare significa anche dimostrare che la rottura proposta è in grado di cambiare davvero le cose.

Assemblea Nazionle al lavoro

Le spectateur