Il 2026 si annuncia come un passaggio determinante per la cittadinanza italiana per discendenza. Due udienze ravvicinate, davanti alla Corte Costituzionale e alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, definiranno l’assetto giuridico di un istituto che coinvolge milioni di discendenti di emigrati italiani nel mondo e che produce effetti rilevanti per l’economia nazionale.
L’11 marzo 2026 la Corte Costituzionale sarà chiamata a esaminare la legittimità della Legge n. 74/2025, di conversione del Decreto-Legge n. 36/2025, noto come “decreto Tajani”, che ha introdotto un limite generazionale al riconoscimento della cittadinanza jure sanguinis, restringendo il diritto ai discendenti entro la seconda generazione dall’avo nato in Italia e prevedendo un’applicazione retroattiva. La questione è stata sollevata da diversi tribunali italiani per possibili profili di contrasto con i principi costituzionali di ragionevolezza, proporzionalità e irretroattività.
Poche settimane dopo, il 14 aprile 2026, le Sezioni Unite della Cassazione affronteranno la cosiddetta “minor age issue”, relativa agli effetti della naturalizzazione dell’emigrato italiano durante la minore età del figlio, con possibili conseguenze sulla trasmissione della cittadinanza ai discendenti. Si tratta di un nodo interpretativo che ha generato un contrasto giurisprudenziale significativo e che richiede un intervento nomofilattico per assicurare uniformità di applicazione sul territorio nazionale.
Per l’Avv. Salvatore Aprigliano, fondatore di Aprigliano International Law Firm e tra i principali operatori nel settore dei ricorsi giudiziari per il riconoscimento della cittadinanza jure sanguinis, il tema supera la dimensione strettamente tecnica. «Il 2026 rappresenta un passaggio storico per il rapporto tra l’Italia e la sua diaspora. Le decisioni della Corte Costituzionale e delle Sezioni Unite avranno effetti diretti su migliaia di procedimenti in corso e su milioni di potenziali cittadini nel mondo», osserva.

Il dibattito pubblico si concentra spesso sui profili identitari o politici della cittadinanza. Meno frequente è l’analisi economica dell’istituto. Dal 2025 il contributo unificato per i ricorsi giudiziari in materia di cittadinanza è stato fissato in 600 euro per ciascun ricorrente. Nuclei familiari composti da più membri presentano domande cumulative, generando introiti rilevanti per l’erario. A questi si aggiungono marche da bollo, diritti di segreteria, traduzioni giurate, apostille, asseverazioni, consulenze professionali e onorari legali.
Anche il percorso amministrativo, attraverso consolati e comuni italiani, comporta un contributo di 600 euro per persona, oltre a ulteriori costi per certificazioni e documentazione storica. Si delinea così un comparto che alimenta un indotto articolato e stabile, coinvolgendo professionisti, traduttori, studi legali e uffici pubblici.
«I procedimenti di cittadinanza costituiscono una fonte di entrata significativa per lo Stato e per l’intero sistema dei servizi collegati. Ogni pratica attiva un circuito economico che genera valore lungo tutta la filiera», sottolinea Aprigliano.
L’analisi si estende al profilo dei nuovi cittadini. La maggioranza dei discendenti di emigrati italiani che avviano il percorso jure sanguinis risiede stabilmente all’estero, dispone di risorse economiche proprie e non accede ai servizi di welfare italiani. Quando scelgono di trascorrere periodi in Italia, investono in immobili, ristrutturazioni, attività imprenditoriali e servizi locali. In caso di trasferimento della residenza, entrano a pieno titolo nel sistema fiscale italiano come contribuenti.
Il quadro demografico nazionale rende il tema ancora più rilevante. I dati ISTAT indicano un calo costante delle nascite, un tasso di fecondità tra i più bassi in Europa e un progressivo invecchiamento della popolazione. Le proiezioni a lungo termine delineano una contrazione significativa della popolazione residente. Nel 2023 oltre il 52% delle acquisizioni di cittadinanza è avvenuto per discendenza, a conferma della portata strutturale del fenomeno.
«I discendenti di emigrati italiani rappresentano un bacino demografico ed economico di grande potenziale. Parliamo di persone che scelgono l’Italia per radici familiari, per affinità culturale e per opportunità di investimento. Il loro apporto può incidere in modo concreto su territori colpiti dallo spopolamento», afferma l’avvocato.
La comparazione con altri Paesi europei evidenzia strategie orientate all’attrazione di investitori e residenti qualificati attraverso regimi fiscali dedicati e programmi di incentivo. L’Italia dispone di un patrimonio storico e familiare diffuso in tutto il mondo, frutto delle grandi migrazioni del Novecento. La disciplina della cittadinanza jure sanguinis costituisce uno strumento di connessione naturale con questa comunità globale.
Le pronunce attese nel 2026 avranno dunque una portata che travalica il contenzioso specifico. «La scelta che si prospetta è strategica. Riguarda il modello di sviluppo, il rapporto con la diaspora e la capacità di valorizzare un capitale umano già legato all’Italia da vincoli di storia e di sangue», conclude Aprigliano.
Il confronto giuridico è aperto. Le decisioni della Corte Costituzionale e delle Sezioni Unite definiranno il quadro normativo per i prossimi anni e incideranno su migliaia di famiglie nel mondo. Sullo sfondo resta una questione centrale ovvero la cittadinanza per discendenza come leva di crescita, investimento e rilancio demografico. Un tema che intreccia diritto, economia e identità nazionale e che nel 2026 troverà una risposta destinata a segnare il futuro del Paese.





