Ci sono posti nel mondo, dove “una rotta terrestre” smette di essere semplice spostamento e diventa misura: delle distanze, del tempo, della propria capacità di stare dentro lo spazio. È in uno di questi luoghi, dove Giulia ha scelto di viaggiare, lasciando che la strada diventasse un’esperienza essenziale e consapevole.
Parliamo di te?
Sono una giovane fisioterapista e istruttrice subacquea. Il corpo è sempre stato il mio primo strumento di conoscenza: attraverso lo sport, il lavoro, il contatto con l’ambiente. Pratico discipline cinofile e, con il mio pastore australiano, mi dedico ad agility e sheepdog. L’esplorazione, per me, passa dal movimento prima di tutto. Sopra e sotto il livello del mare cerco luoghi che chiedano presenza, ascolto, attenzione. Spesso accompagno gruppi in esperienze on the road, percorsi che mettono alla prova e, allo stesso tempo, restituiscono molto.

Che tipo di esperienza è stata quella nell’Ovest americano?
Impegnativa, calda, totalizzante. L’Ovest degli Stati Uniti non è una destinazione comoda: è fatto di distanze enormi, temperature estreme, giornate che iniziano presto e finiscono tardi. Non concede comfort, ma sa regalare emozioni autentiche. Siamo atterrati a Los Angeles e ripartiti da Las Vegas. In mezzo, due settimane di paesaggi naturali attraversando: California, Arizona, Utah e Nevada. Ogni giorno significava ore di guida, silenzi lunghi, immagini che scorrono e cambiano senza avvisare.

E’ stato subito intenso?
Sì, fin dai primi chilometri. Dopo Los Angeles siamo entrati immediatamente nei parchi della California. Joshua Tree National Park è stato il primo: luce violenta, sole, cielo azzurro e una prateria che sembra un forno ventilato. Gli alberi e le rocce modellate dal vento creano un ambiente quasi alieno, che disorienta e affascina allo stesso tempo. In Arizona abbiamo attraversato Petrified Forest National Park e la Painted Desert. Qui il paesaggio cambia anche restando fermi: tronchi pietrificati, colori stratificati, orizzonti che sembrano muoversi. Poi la Monument Valley, talmente iconica da sembrare irreale, sospesa tra geografia e immaginario.

Che cosa significa affrontare un viaggio così in gruppo?
È un equilibrio continuo, fatto di quasi 5.000 miglia percorse. Un’esperienza accessibile, ma che richiede adattamento, spirito pratico e una certa resistenza. Condividere tutto questo con persone che non conosci significa imparare a mediare, a rispettare tempi e stanchezze diverse, senza perdere l’entusiasmo. Poi non puoi permetterti di rallentare troppo: perché ogni sosta può comportare delle rinunce.

Il primo vero momento di stupore?
Il Grand Canyon. Siamo entrati dal South Rim, da un accesso che non prepara a ciò che sta per accadere. Arrivi, parcheggi, attraversi un ristorante… e all’improvviso si apre davanti a te. Non è come lo immagini. Non è lineare, non è ordinato. È un intreccio di fratture, livelli e profondità che annulla i riferimenti. Le distanze diventano ingannevoli, lo sguardo si perde. È enorme, e in questo caso sì, si può dire che le dimensioni contano davvero. Una vastità quasi scomoda, destabilizzante, che ti costringe a fermarti e a restare lì, senza fretta e in silenzio.

Come prosegue l’avventura?
Arriviamo a Page, dove si trova Horseshoe Bend, l’ansa perfetta del fiume Colorado, una forma così regolare da sembrare disegnata. Poco distante c’è Lake Powell, un lago artificiale incastonato tra le rocce rosse. Poi Antelope Canyon. Dove abbiamo scelto Canyon X, meno affollato e più raccolto. Qui la luce entra lentamente, scivola sulle pareti e le scolpisce con le ombre. È il luogo che più di tutti mi è rimasto addosso. Il fatto che non lo attraversi soltanto: lo vivi. Si entra solo con guide navajo, che raccontano la storia del canyon e il suo significato profondo. Cammini dentro una scultura modellata dall’acqua e dal vento in migliaia di anni. A un certo punto, una guida inizia a suonare uno strumento tradizionale. Il suono rimbalza sulle pareti, amplificato dallo spazio. In quel momento capisci che non stai semplicemente osservando un luogo, ma partecipando a qualcosa di più grande.

Come si conclude questo on the road?
Entriamo in Utah, attraversando Zion National Park e Bryce Canyon National Park: Zion è verticale, fisico, impegnativo; Bryce più contemplativo, fatto di silenzi e punti panoramici. Poi il Nevada, con due notti a Las Vegas, finta e kitsch come te la immagini, prima dell’ultima tappa nella Death Valley. Qui il caldo è il più estremo che abbia mai provato, ma il paesaggio ripaga: saline, dune di sabbia alte quanto montagne e orizzonti sconfinati. Un luogo essenziale, dove la sottrazione è protagonista assoluta.

Il tuo viaggio nel cassetto ?
Le Isole Galápagos. Sott’acqua. Stendermi sul fondale e alzare lo sguardo, vedere passare sopra di me un banco di squali martello. Il mondo sommerso resta, per me, la forma di attrazione magnetica più pura.

Tornando agli Stati Uniti… l’Ovest americano non offre tante spiegazioni, ma quando ci sei dentro cambia la misura delle cose. Sono quei luoghi misteriosi che ti rimangono addosso, senza volerlo. Non vanno solo guardati, vanno visti e attraversati.
IN & OUT
Porta con te
- La Protezione solare
- Gli Occhi per vedere non solo per guardare
- Il Cuore pronto ad emozionarsi
Lascia a casa
- L’Ombrello
- La Fretta
- Le Aspettative a Tavola















