Vien da chiedersi se l’immagine simbolo della Pasqua, la colomba con il ramoscello d’ulivo che attraversa un cielo terso, abbia ancora oggi un significato reale o non sia piuttosto una narrazione consolatoria, una sorta di “fake news” collettiva cui aggrapparsi pur sapendo che la realtà racconta altro.
Tra guerra e pace, la letteratura offre almeno un titolo di riferimento. Ma poi, quel racconto, ciascuno è chiamato a riempirlo: c’è chi lo vive nella sua profondità e chi, invece, preferisce rifugiarsi in una superficialità rassicurante, limitandosi a “fare festa” e archiviando, anche solo per un giorno, le brutture, le vigliaccherie e le sofferenze che segnano la vita di milioni di persone. Dolori troppo spesso consumati nell’indifferenza, quando non nella complicità, di una parte dell’umanità.

In questo contesto, ha ancora senso scambiarsi auguri di “pace”, “shalom”, “as-salāmu alaykum”, mentre si resta impotenti, o addirittura corresponsabili, di ciò che accade?
La risposta non può che essere affermativa. Ha senso, sempre. Perché ogni volta che esiste un essere umano che soffre, deve esisterne un altro disposto a dire “non ci sto”: a scendere in piazza, a manifestare, a dare voce a quella parola semplice e potentissima che continua a evocare futuro e responsabilità: pace.
Serve allora la capacità di sognare, anche a costo di aggrapparsi a un simbolo che oggi appare fragile, se non illusorio. Perché il futuro appartiene a chi non si arrende: donne e uomini che scelgono di reagire, di opporsi, di sperare. A chi rifiuta di chiudere gli occhi o voltarsi dall’altra parte.
Buona Pasqua, dunque. Che la pace possa non essere soltanto un augurio, ma una scelta concreta, quotidiana. E che ciascuno trovi il coraggio di agire, con gli strumenti che possiede, senza cedimenti.
Al fondo di questo articolo le foto del Chemin de la Croix nel Vieux NIce firmate da Silvia Assin.
































