Questa volta Danilo Radaelli, in sella alla sua inseparabile bicicletta, ci accompagna nel Var, alla scoperta del Rocher de Roquebrune sur Argens.

Il Rocher de Roquebrune
Tra pietra rossa e silenzi antichi: pedalando verso il Rocher de Roquebrune
C’è un momento, lungo le strade che attraversano l’Estérel, in cui il ritmo della pedalata cambia.
Succede a Les Adrets-de-l'Estérel, piccolo balcone sospeso tra mare e macchia mediterranea, dove la sosta non è soltanto tecnica, una ricarica per la bici elettrica, ma quasi contemplativa.
Da qui si riparte con lo sguardo già proiettato verso una presenza geologica che domina l’orizzonte: il Rocher de Roquebrune.
Imponente e isolato, questo massiccio di arenaria rossastra si innalza tra i rilievi dei Maures e dell’Estérel, segnando una linea di confine naturale e visivo. Ai suoi piedi scorre l’Argens, mentre la vetta, a 372 metri, regala una visione totale: la valle, Fréjus, le pieghe vulcaniche dell’Estérel e, nelle giornate più limpide, perfino il profilo lontano delle Alpi. È uno di quei luoghi in cui la fotografia smette di essere esercizio tecnico e diventa attesa della luce giusta.
Geologia e luce: un paesaggio da raccontare
Il Rocher è classificato come sito di interesse nazionale, e basta avvicinarsi per capirne il motivo. Le sue creste frastagliate, le fenditure profonde e le pareti scoscese raccontano milioni di anni di erosione.
La roccia, di un rosso caldo e saturo, contrasta con il verde denso del maquis, creando una tavolozza naturale che muta con le ore del giorno: dorata all’alba, quasi violacea al tramonto.
Tra le forme più suggestive spiccano i cosiddetti “Deux Frères”, colonne modellate dal vento e dall’acqua, simili a funghi di pietra. Per chi viaggia in bici, il consiglio è fermarsi più volte lungo l’ascesa: ogni curva apre un’inquadratura diversa, ogni pausa diventa occasione per leggere il paesaggio.
Tracce di uomini e racconti di fede
Ma il Rocher non è solo materia. Sulle sue pendici si trovano tracce di frequentazioni antichissime: resti megalitici e oppida dell’età del Ferro testimoniano una presenza umana radicata.
Sul versante nord resiste, seppur in rovina, la cappella medievale di Notre-Dame de La Roquette, oggi in parte crollata ma ancora capace di evocare un tempo di pellegrinaggi e devozione.
La vetta, invece, è segnata da tre croci contemporanee, installate nel 1991 dallo scultore Bernar Venet. Un omaggio moderno a un simbolismo antico: secondo la leggenda, alla morte di Cristo la roccia si sarebbe spaccata in tre fenditure, richiamando le croci del Calvario. Non a caso, in passato, il sito era noto come “rocher des trois croix”.
Leggende e passaggi segreti
Tra i racconti popolari, uno in particolare continua ad affascinare escursionisti e fotografi. Si narra di una giovane donna che, inseguita da un nobile respinto, trovò scampo grazie a un intervento divino: la roccia si aprì creando una fenditura, oggi chiamata “Saint Trou”, attraverso la quale riuscì a fuggire. La tradizione vuole che solo le anime pure possano attraversarla — un dettaglio che aggiunge mistero a un luogo già carico di suggestioni.
L’eremita e il tempo sospeso
Non meno sorprendente è la storia di frère Antoine, eremita che abitò una delle grotte del Rocher per oltre cinquant’anni. Una presenza silenziosa, quasi invisibile, che sembra in perfetta continuità con l’anima del luogo: aspra, solitaria, essenziale.
Pedalare, osservare, raccontare
Arrivare qui in bicicletta significa attraversare una sequenza di paesaggi in trasformazione: dalle pinete dell’Estérel alle aperture sulla valle dell’Argens, fino all’impatto visivo con la roccia rossa. È un itinerario che invita a rallentare, a fermarsi, a fotografare non solo ciò che si vede ma ciò che si percepisce.
Perché il Rocher de Roquebrune non è soltanto una meta: è un punto di equilibrio tra movimento e contemplazione, tra fatica e meraviglia. E forse è proprio questo il senso più autentico del viaggiare in bicicletta.














