L’arrivo dell’autunno non ferma Danilo Radaelli che, in sella alla sua inseparabile bicicletta elettrica, ci conduce fino a Saint-Martin-Vésubie.
A quasi mille metri di altitudine, là dove il Boréon e la Madone de Fenestre incontrano la Vésubie, Saint-Martin-Vésubie appare come un paese sospeso tra la montagna e la storia.
Per questo, non a caso, è stato ribattezzato la «Svizzera nizzarda». Un nome che racconta il paesaggio, ma non basta a spiegare l'identità di questo borgo delle Alpi Marittime.

Alle porte del Parco nazionale del Mercantour, Saint-Martin-Vésubie è circondato da boschi, torrenti e cime che superano ampiamente i 2.000 metri. Dal centro abitato partono numerosi itinerari verso il Boréon e la Madone de Fenestre, una delle porte d'accesso più spettacolari all'alta montagna. È un territorio dove il confine con l'Italia non è soltanto una linea sulla carta, ma una presenza storica e culturale.
Il centro storico conserva ancora l'impronta del passato. La rue Cagnoli, le antiche porte, le case in pietra e le dimore signorili raccontano l'epoca in cui il paese, già nell'Ottocento, diventò una località di villeggiatura frequentata dalla borghesia di Nizza. Un turismo favorito dal clima e dall'ambiente alpino, ma anche dalla vicinanza alla città.
Saint-Martin-Vésubie fu inoltre un paese sorprendentemente moderno per i suoi tempi. Nel 1893 arrivò l'illuminazione elettrica pubblica, ottenuta sfruttando la forza dell'acqua. Un piccolo segnale di quella trasformazione che avrebbe cambiato il volto delle località montane tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.

La memoria della guerra
Dietro le facciate del borgo si nasconde però una storia molto più dolorosa. Nel 1943 Saint-Martin-Vésubie divenne rifugio per circa un migliaio di ebrei, arrivati nella zona durante l'occupazione italiana. Per alcuni mesi trovarono qui una relativa sicurezza.
L'8 settembre cambiò tutto. Con l'armistizio e l'arrivo delle truppe tedesche, molti cercarono una via di fuga verso l'Italia attraversando a piedi le montagne. Uomini, donne, anziani e bambini percorsero sentieri difficili attraverso il colle della Madone de Fenestre e altri passaggi alpini. Per alcuni la fuga significò la salvezza, per altri soltanto un breve rinvio alla deportazione.
È una pagina della storia europea che lega ancora oggi Saint-Martin-Vésubie alle valli piemontesi. Le stesse montagne che oggi accolgono escursionisti furono allora percorse da persone che cercavano di sfuggire alla persecuzione.

Il volto verde del Mercantour
Oggi il rapporto con la montagna è soprattutto quello del turismo e della natura. Il Boréon, con il suo lago circondato da foreste, rappresenta una delle mete più conosciute dell'alta Vésubie. Cervi, camosci e numerose specie di uccelli popolano questi ambienti, mentre i sentieri conducono verso valloni e laghi d'alta quota.
Ma Saint-Martin-Vésubie porta ancora i segni di un'altra tragedia, molto più recente. Nell'ottobre 2020 la tempesta Alex colpì con violenza la Vésubie, provocando vittime e distruzioni e danneggiando strade, ponti, abitazioni e infrastrutture.
La ricostruzione ha cambiato ancora una volta il volto della valle e, a distanza di anni, continua a rappresentare una delle principali sfide per il territorio.

È forse questa la vera particolarità di Saint-Martin-Vésubie: in uno spazio relativamente piccolo convivono il fascino del turismo alpino, la memoria della persecuzione degli ebrei, la cultura delle montagne di confine e le ferite ancora visibili delle catastrofi naturali.
Un paese da attraversare lentamente, dunque. Perché dietro il panorama da cartolina c'è una storia che continua a parlare.




















