Arriva venerdì 17 e in Italia si corre a toccare ferro. Esiste persino una fobia apposita, l'eptacaidecafobia, la paura del numero 17. Il venerdì 17 è considerato in alcune culture, specialmente da noi, un giorno di sfortuna, simile al venerdì 13 in altre parti del mondo. Questa credenza è radicata in superstizioni e tradizioni popolari.
Eppure, scriveva Voltaire: «La superstizione mette il mondo intero in fiamme, la filosofia le spegne». Sarà perché si tratta di credenze antiche, che risalgono addirittura al Medioevo e all'epoca romana. Ma quali sono le loro origini?
L’anagramma romano di morte
Secondo alcuni, le origini della credenza legata al venerdì 17 come giorno “iellato” risalgono all’antica Roma: il 17 in numero romano XVII anagrammato è VIXI, che in latino significa “Ho vissuto”, inteso anche come “La mia vita è finita”, presagio di sventura o morte.
Dal Vecchio al Nuovo Testamento
Ma c’è chi ritiene che l’idea di considerare il 17 come numero sfortunato sia religiosa. Nell’Antico Testamento, infatti, si racconta che il diluvio universale avvenne il 17 del secondo mese. Per quanto riguarda l’associazione del numero 17 con il giorno di venerdì è presto detto: per i credenti Gesù è morto in croce proprio di venerdì.
I pitagorici e la battaglia di Teutoburgo
Ma molti legano la superstizione del venerdì 17 alla tradizione ellenistica. Nell’antica Grecia infatti i pitagorici disprezzavano questo numero perché si trovava fra il 16 e il 18, due numeri considerati la pura rappresentazione dei quadrilateri 4×4 e 3×6. Non solo: il 17 nella cultura latina fa riferimento alla battaglia di Teutoburgo, avvenuta nel 9 d.C., dove i romani si scontrarono con i germani di Erminio. In quella battaglia le legioni XVII, XVIII e XIX vennero distrutte e a quei numeri venne associata morte e sventura.
La smorfia napoletana e l’eccezione della Cabala
La sfortuna del 17 è stata confermata anche dalla smorfia napoletana, secondo cui il numero sarebbe legato alla disgrazia. Unica eccezione sembra essere la Cabala, dove invece il 17 ha una funzione benefica, poiché nasce dalla somma numerica delle lettere ebraiche têt (9) + waw (6) + bêth (2). Queste, una volta lette, creano la parola tôv, che vuol dire “buono, bene”.
Il calendario dei giorni nefasti
Quanto al venerdì, forse è considerato infausto, perché Cristo fu crocifisso e dunque morì in quel giorno.
Per alcuni studiosi, invece, è infausto perché è il giorno in cui Adamo ed Eva mangiarono il frutto proibito dell’Albero della Conoscenza, così come il giorno in cui Caino uccise suo fratello Abele. Senza contare che il tredici è associato alla rivolta di Lucifero.
La distinzione tra giorni positivi e negativi era già nota alla tradizione romana, dove si distingueva fra dies fasti (in cui si poteva amministrare la giustizia) e nefasti. Il martedì era “sfortunato” tra i romani, perché dedicato a Marte, dio della discordia. Allo stesso modo, si credeva che i figli concepiti di venerdì avrebbero avuto una vita difficile e che gli anni bisestili che cominciavano in questo giorno sarebbero stati catastrofici.
Paese che vai, usanza che trovi, per cui se nei paesi di lingua inglese, francese o portoghese, ma anche in Germania, Finlandia, Olanda, Belgio, Polonia, Danimarca, Svezia, Norvegia il giorno più temuto è il venerdì, nei paesi latini si incrociano le dita per il martedì. In Italia, nel dubbio, si sospetta di entrambi. Come dice il proverbio: «Né di Venere, né di Marte, né si sposa né si parte, né si dà partito all’arte».
Le cose da non fare venerdì 17
Vietato transitare sotto la scala Il timore risalirebbe al Medioevo: appoggiata alle mura la scala formava un triangolo, simbolo inviolabile della Trinità. L’elemento della scala, tuttavia, appare in quasi tutte le religioni: nell’antico Egitto, Orus era detto anche “dio della scala” per il sostegno che dava ai defunti in cammino verso “l’eterna luce”. Nella Bibbia la scala sognata da Giacobbe porta in cielo: Maometto parlò di una scalinata lungo la quale le anime dei giusti salgono verso Allah. Partendo da questi significati, si sarebbe arrivati a credere che passare sotto (anziché sopra) la scala attirasse l’ira divina. Secondo un’altra spiegazione, l’origine di questa superstizione sarebbe invece più militare: i difensori dei castelli medioevali erano infatti soliti versare olio o pece bollente sugli assedianti che si accingevano ad arrampicarsi sulle scale. Da qui la paura di passare sotto una scala.
Anche per i gatti vale la regola: più scienza, meno superstizione. Per questo vale la pena leggere: 10 ragioni scientifiche più una per vivere con un gatto e 10 abitudini dei gatti, spiegate dalla scienza Gatto nero o gatto bianco? Gatto bianco contro gatto nero: il primo porta fortuna, il secondo iella. Soprattutto quando taglia la strada a un passante. Che per scongiurare la malasorte deve fare tre passi indietro prima di riprendere il cammino. O aspettare che un'altra persona, passando di lì, attiri su di sé la sfortuna. È una credenza tipicamente latina (negli Stati Uniti essere seguiti da un gatto nero, per esempio, è considerato un buon segno) le cui radici affondano nel Medioevo, quando il gatto è stato associato al male e al demonio.
All'origine di queste credenze ci fu la predisposizione alla vita notturna dei felini e la loro capacità di vedere nel buio. Oltre al fatto che fossero oggetto di culto pagano, tra gli Egizi in particolare. Nel 1233 papa Gregorio IX emanò addirittura una bolla con la quale autorizzava il loro sterminio in nomine Dei, esemplari neri in testa.
Non aprite quell'ombrello. Aprire un ombrello in casa "attirava" la miseria sulla famiglia. Non solo perché spesso lo si teneva aperto quando c'erano perdite d'acqua dai tetti rotti, ma anche perché richiamava alla memoria il "baldacchino" che veniva tenuto sulla testa del prete quando portava l'estrema unzione ai moribondi.
Specchio rotto = 7 anni di sfortuna. È probabile che questa credenza sia legata al forte valore simbolico dello specchio: oggetto "magico" capace di duplicare le cose, ma anche le persone. Questa caratteristica può aver spinto le generazioni passate a pensare che infrangere l'immagine riflessa equivalesse in qualche modo a uccidere la persona stessa o a farle del male. Come tutte le superfici capaci di riflettere le immagini, fin dall'antichità lo specchio è stato considerato carico di poteri magici. I Romani pensavano che esso permettesse di osservare tutto ciò che avveniva nelle parti più lontane dell'Impero. Religioni come Islam o Ebraismo, invece, consigliano di capovolgere gli specchi durante la veglia funebre, per evitare che essi impediscano all'anima del defunto di lasciare il mondo terreno. I 7 anni di disgrazie sono frutto della credenza degli antichi romani che la vita di un uomo si rinnovasse ogni 7 anni.
Attenti al sale... La rarità e il conseguente costo elevato del sale, oltre alle sue proprietà, hanno generato nel mondo antico una serie di credenze. Tra gli antichi Romani spargere sale sulle rovine delle città vinte significava impedire loro di tornare a prosperare (il sale infatti rende sterile il terreno). Da qui l’idea che il sale caduto per terra porti sfortuna e povertà. E un tempo si pensava che chi rovesciava il sale fosse condannato nell’aldilà a raccoglierlo con le palpebre. Solo gettarsi alle spalle (scongiuro diffuso ma di origine incerta) tre pizzichi (numero magico) di sale allontanava la maledizione.
... e all'olio Anche intorno all’olio, sacro già per gli antichi e centrale nei riti cristiani, si diffusero varie superstizioni. Per tutelarsi dagli effetti nefasti del suo spreco, se veniva rovesciato era necessario spargervi sopra del sale (che annullava col suo “potere” la iella). Ma in Sicilia, in alternativa, sull’olio versato si poteva cospargere urina.
Malocchio La paura del malocchio (inteso come “maledizione attraverso lo sguardo”) nacque sulle coste orientali del Mediterraneo ed è attestata già dal mitografo greco Esiodo (VIII secolo a. C.). Tutte le culture però attribuiscono allo sguardo un grande potere. E il timore che l’occhio potesse veicolare influssi negativi è stato associato di volta in volta nei secoli a strabici, zingari, persone con i capelli rossi, uomini che portavano gli occhiali scuri.
Dal pericolo di un’occhiata sospetta ci si proteggeva sputando tre volte per terra (il tre, numero perfetto, aveva una valenza sacra nel cristianesimo e lo sputo era associato a un atto purificatorio), facendo le corna, toccandosi i genitali o tenendo in tasca un dente di maiale (animale sacro presso molte culture). Chi era stato “adocchiato” poteva infine segnarsi tre volte con l’aglio.
Come uscirne?
Toccando ferro (o legno) L'usanza di toccare ferro per scaramanzia si perde nei secoli e riguarda molti Paesi, soprattutto dell’area mediterranea. La tradizione più nota si lega all’episodio di un santo inglese, Dunstano, cui il diavolo avrebbe chiesto di ferrare il suo cavallo. Il santo maniscalco avrebbe invece inchiodato il ferro agli zoccoli del diavolo, liberandolo solo in cambio della promessa che non sarebbe più entrato nelle case in cui fosse stato esposto un ferro di cavallo. Infatti, tra i vari ferri, proprio quello di cavallo porterebbe più fortuna: ha quasi la forma di un anello e il cerchio avrebbe una valenza magica.
Tutto questo non vale nei Paesi nordici dove, contro i pericoli e la jella, si usa generalmente toccare il legno. Il motivo risiederebbe nella sacralità degli spiriti che abiterebbero in alcuni alberi.
E ancora: toccarsi i genitali significa invocare la potenza della fertilità. Mentre toccare la gobba di un uomo vuol dire appropriarsi, seppure per poco, della forza della sua anomalia.
E il cornetto? Perché si crede che il corno porti fortuna? È la sua forma che ne ha fatto, sin dall’epoca neolitica, e ne fa ancora oggi, simbolo della virilità, della fertilità e, dal momento che per gli animali che posseggono corna queste sono un’arma, anche della forza.
Significati, questi, ancora più evidenti nella cornucopia, il corno colmo dei doni della terra. Evidente, quindi, come il portare con sé un corno rappresenti un modo per propiziarsi quelle virtù e quei beni.
La simbologia del corno è diffusa in tutte le civiltà e culture, da quella ebraica e cristiana, a quella sumera, a quella indù e cinese, a quella degli sciamani (stregoni) siberiani. Il significato può essere non solo materiale, ma anche spirituale. Infatti, Mosè scese dal monte Sinai avendo sulla fronte corna che erano in realtà raggi di luce, che rappresentano la potenza spirituale da lui acquisita per il suo rapporto privilegiato con Dio.
Da qui l’abitudine di stringere un cornetto, come antidoto alla sfortuna, perché come diceva Eduardo De Filippo: «Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male».
E voi, resterete chiusi in casa o affronterete la sorte (e le superstizioni)?














