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Business | 15 maggio 2026, 19:00

Addio Minelli, mezzo secolo di eleganza si spegne tra saldi e nostalgia

Dopo oltre 50 anni chiude lo storico marchio di calzature: crisi del retail, offerte insufficienti e il peso del cambiamento nei consumi. Sui social il commiato dei clienti tra memoria e rimpianto

Addio Minelli, mezzo secolo di eleganza si spegne tra saldi e nostalgia

Dopo oltre mezzo secolo di attività, il sipario cala definitivamente su Minelli, marchio simbolo della calzatura francese fondato nel 1973.

L’annuncio della chiusura totale delle boutique, diffuso attraverso i canali social ufficiali il 13 maggio, ha segnato la conclusione di una lunga parabola imprenditoriale, lasciando spazio a un’ondata di reazioni cariche di emozione.

La decisione arriva al termine di un percorso travagliato, segnato da difficoltà economiche e tentativi di rilancio non andati a buon fine.

Già nel settembre 2023 il marchio era stato posto in amministrazione controllata dal tribunale commerciale di Marsiglia, per poi essere rilevato e integrato nella nuova entità “Maison Minelli”.

Il salvataggio, tuttavia, aveva comportato una drastica riduzione del personale, passato da circa 600 a meno di 200 dipendenti. I conti, nel frattempo, continuavano a deteriorarsi: l’ultimo esercizio disponibile ha registrato perdite per 3,7 milioni di euro, fino a un nuovo stato di crisi sancito nell’aprile 2026 dal tribunale economico di Parigi.

Il destino dell’azienda si è definitivamente delineato con il fallimento delle trattative di cessione.

Le offerte presentate entro l’11 maggio si sono rivelate frammentarie e insufficienti: diversi operatori, tra cui il marchio di moda Maje (gruppo SMCP), Father and Sons, l’ottica Jimmy Fairly e la catena Mie Câline, avevano manifestato interesse limitato a pochi punti vendita.

Più articolata, ma comunque parziale, la proposta del gruppo logistico Baghaira, orientata al rilancio del marchio esclusivamente online e alla salvaguardia di una minima parte della forza lavoro. Un’ulteriore ipotesi di acquisizione totale, avanzata dall’imprenditore Philippe Sayada, non ha trovato sbocchi concreti.

Nel frattempo, le boutique ancora operative resteranno aperte fino al 30 maggio, proponendo sconti fino al 60% sull’intero assortimento, in quello che appare come un ultimo, malinconico saluto alla clientela. Le vendite online risultano già sospese.

La chiusura di Minelli si inserisce in un contesto più ampio di crisi del commercio tradizionale in Francia, che negli ultimi anni ha travolto marchi storici come Camaïeu, Jennyfer, Burton of London e André.

A pesare sono fattori strutturali: l’inflazione, la contrazione del potere d’acquisto, la crescente digitalizzazione dei consumi e la competizione sempre più aggressiva del fast fashion.

Sui social network, la notizia ha generato un vasto flusso di commenti, spesso intrisi di nostalgia. Il marchio viene ricordato come parte integrante di momenti significativi della vita quotidiana, capace di accompagnare intere generazioni con prodotti percepiti come simbolo di qualità ed eleganza accessibile.

In numerosi interventi emerge una riflessione più ampia sul mutamento delle abitudini di consumo: da un lato la difficoltà crescente di sostenere spese per beni non essenziali, dall’altro la tendenza a privilegiare piattaforme low cost e acquisti online, ritenuti più convenienti.

In filigrana, si delinea così il ritratto di un sistema commerciale in trasformazione, in cui identità storiche faticano a trovare spazio.

La chiusura di Minelli non rappresenta soltanto la fine di un marchio, ma diventa emblema di un passaggio d’epoca, in cui memoria, economia e nuovi modelli di consumo si intrecciano lasciando dietro di sé un senso diffuso di perdita.

Beppe Tassone

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