Houda Bakkali, che ha recentemente presentato il suo progetto multidisciplinare “The Layers of Art and Science”, dedicato al rapporto tra arte, scienza e tecnologia, risponde ad alcune di queste domande basandosi sulla sua esperienza e sulla sua carriera, costellata da numerose mostre in spazi pubblici ed eventi privati, dove offre al pubblico un’esperienza che fonde dimensione fisica e virtuale con un preciso intento educativo.
Opera d’arte o tecnologia: cosa prevale?
La tecnologia è un mezzo, non un fine. Nella mia esperienza, l’opera d’arte prevale sempre su tutto. L’arte è arte, indipendentemente dalla tecnica, dal formato o dal mezzo. È senza tempo, comprende tutto, permette tutto, rimane nella memoria e funziona di per sé. La tecnologia può esistere, evolversi, cambiare, fallire o scomparire. Partendo da questa premessa, utilizzo nel mio lavoro la tecnologia di ogni epoca, scegliendo quella più adatta a ciascun progetto e integrandola in modo armonioso con lo spazio e con il pubblico a cui mi rivolgo, conferendo così al mio lavoro nuove dimensioni, usi e applicazioni. Per creare nuovi spazi, promuovo anche nuovi dibattiti. La tecnologia mette il mio lavoro di fronte alle sfide del cambiamento, dell’innovazione e del tempo, mettendone alla prova la capacità di adattarsi a contesti diversi, di reinventarsi e di crescere.
Simbolo, divertimento, tecnica: cosa è centrale nel tuo lavoro?
Nel mio lavoro, la figura femminile, in omaggio a mia madre, è la protagonista. Attraverso uno sguardo sereno, il colore, i fiori e la fusione di illustrazione vettoriale e collage, cerco di creare una scena festosa che proietti una visione del mondo piena di speranza, gioia e dinamismo. Un tributo alla vita attraverso l’arte. Tecnica e tecnologia entrano in gioco quando do vita all’opera fisica, che ha una o più versioni animate, interattive e in realtà aumentata. Versioni digitali che posso modificare nel tempo, adattandole a ogni momento e a ogni contesto. In questo modo, le opere fisiche, che sono il fondamento del mio lavoro, possono crescere, evolversi e apprendere nuovi modi di integrarsi con gli spazi che le ospitano e con il pubblico che le osserva.
Dal fisico al virtuale: usi la tecnologia per utilità o per comodità?
Per utilità. Inoltre, l’uso della tecnologia nell’arte implica alzare l’asticella, non rimanere nella propria zona di comfort. Rigore, responsabilità ed evitare di banalizzare l’aura tecnologica sono essenziali, soprattutto quando si lavora a progetti di divulgazione, e ancor più quando si tratta di argomenti medici e scientifici. Per me è fondamentale creare non solo pensando a ciò che voglio mostrare, ma anche a ciò che il pubblico vedrà. Questo si traduce nel modo in cui lo spettatore percepirà l’opera attraverso queste tecnologie, in come interagirà con esse, in ciò che facilitano e in ciò che ostacolano, in ciò che aggiungono all’opera e nel fatto che tutto questo venga comunicato chiaramente al pubblico. Non voglio che lo spettatore si limiti a fare supposizioni, ma soprattutto che comprenda facilmente. Ecco perché è così importante saper comunicare e trasmettere tutto questo in modo efficace e tempestivo. Il mio lavoro non è puramente simbolico, quindi deve essere ben spiegato per assolvere al suo scopo educativo. L’opera d’arte non è più solo uno spazio espositivo per il godimento o la riflessione; invita all’interazione attraverso diversi strumenti e tecnologie. Inoltre, l’opera stessa spiega e invita a riflettere sulle opportunità e sulle sfide di queste tecnologie applicate all’arte per educare, informare e anche intrattenere, perché quello strato ludico di sorpresa e fantasia non manca mai nel mio lavoro.
Hai iniziato a lavorare con la tecnologia della realtà aumentata nel 2020. Come si è evoluto il tuo lavoro da allora?
Precisamente, una delle evoluzioni più importanti nel mio lavoro è che oggi ha uno scopo che va oltre il simbolico, il concettuale e l’estetico. Nel 2020, alla prima mostra d’arte contemporanea tenutasi a Monte Carlo, nel Principato di Monaco, dopo il lockdown dovuto al Covid, l’utilizzo della realtà aumentata mi ha fatto comprendere il suo potenziale come strumento per attirare l’attenzione sull’opera d’arte fisica. Oggi, gli strati digitali espandono ciascuna delle mie tele, abbattendone i confini fisici e trasformandole in una cornice ideale per contenere e sviluppare proposte educative, informative e comunicative, oltre che ludiche. Quella capacità di attirare l’attenzione sull’opera d’arte che ho visto nel 2020 esiste ancora oggi, ma ora l’opera ha un’utilità e un significato che vanno oltre il gioco, la contemplazione o la riflessione. L’opera d’arte fisica è il corpus attorno al quale iniziano a ruotare diverse narrazioni; acquisisce altri usi, che per me sono molto preziosi. La tecnologia non interviene nel mio lavoro perché è di moda, ma perché è un necessario strumento di diffusione di informazioni e contenuti che possono interessare il pubblico.
Potremmo quindi dire che il tuo lavoro non è intuitivo, ma piuttosto si spiega da sé?
Come ho accennato, c’è un po’ di tutto. Mentre la tela rimane isolata nel suo spazio fisico, con la protagonista che guarda lo spettatore, e in questo contesto l’opera si presta a svariate interpretazioni, quando lo spettatore comprende che si tratta anche di uno spazio con strati viventi e in continua evoluzione, l’opera inizia a spiegarsi, a comunicare, a descrivere. Cresce, si reinventa e invita all’interazione. A quel punto cambia la prospettiva dello spettatore e, con essa, la funzione dell’opera. Non è semplicemente un’opera contemplativa, ma un’opera che invita a entrare nelle sue diverse dimensioni e a interagire con esse. Un’opera che cerca di essere utile attraverso il suo contenuto, utilizzando creatività e tecnologia, e che solleva una lunga serie di interrogativi che vanno ben oltre ciò che simboleggia o il modo in cui è realizzata.
Arte per la comunicazione scientifica: un processo sperimentale?
No. Nel mio lavoro non sperimento con la scienza; la spiego. Nel corso della mia carriera professionale nel campo della comunicazione e della divulgazione scientifica, ho imparato che ciò che non si vede non esiste e ciò che non si spiega non si comprende. Nel campo scientifico, soprattutto in medicina, la divulgazione è fondamentale per la comprensione, la sensibilizzazione, l’incoraggiamento alla prevenzione e alla diagnosi precoce e la promozione di abitudini sane. La tecnologia offre gli strumenti perfetti per facilitare il processo di divulgazione, che ha le sue regole e peculiarità. Richiede una rigorosa e meticolosa definizione delle priorità dei contenuti, rendendoli comprensibili e adattandoli a pubblici diversi. La tecnologia permette a questo lavoro di divulgazione di essere più efficace. In questo contesto, l’arte diventa la cornice ideale per generare l’impatto visivo iniziale, quello che cattura e attrae lo spettatore verso il contenuto medico e scientifico dell’opera. Nel mio lavoro, la scienza non è una leva, ma una disciplina centrale che richiede rigore, tempo e dedizione per essere spiegata chiaramente, documentata accuratamente e supportata da fonti accreditate. La scienza non è uno strumento per dare visibilità all’arte o per sperimentare ipotesi profonde; piuttosto, l’arte è un mezzo per comunicare la scienza in modo comprensibile e accessibile al pubblico. È un mezzo per divulgare la scienza nel suo senso più autentico.
La tecnologia cambia il ruolo dell’opera d’arte, ma cambia anche quello dell’artista?
Sì, e in molti modi. Nel mio caso, la tecnologia mi ha garantito maggiore autonomia, non solo nel processo creativo, ma anche nella comunicazione e nella logistica. Mi permette di diffondere il mio lavoro in diversi ambiti, al di là del mondo dell’arte e senza limitazioni spaziali. Facilita inoltre l’accesso alle istituzioni con progetti adattabili a ogni pubblico. Favorisce la valorizzazione basata sull’opera stessa e sul suo impatto, non solo su una cerchia ristretta. L’opera può esistere e circolare autonomamente, e questo è estremamente potente. Permette una presenza globale e diversificata, consentendo la partecipazione in contesti e spazi differenti, con ogni tipo di pubblico. Si tratta di un approccio interdisciplinare autentico, non solo di un titolo, che si consolida nel tempo con progetti che possono essere difficili da classificare, ma che risultano comprensibili se comunicati efficacemente. Saper argomentare il proprio lavoro e illustrarlo con esempi concreti non solo convalida il nostro discorso, ma riduce anche il rischio di banalità o gli stereotipi sulla tecnologia digitale che talvolta tendono a sminuire i nostri progetti. Questi stereotipi stanno diventando meno frequenti, ma è fondamentale che il discorso si traduca in fatti concreti o sia accompagnato da essi: metodologia, sviluppo, risultati e così via. Naturalmente, la tecnologia mi permette anche di documentare l’evoluzione dell’ecosistema digitale, che è ciò che è oggi e presumibilmente rimarrà tale domani, sebbene probabilmente in una forma diversa.
La tecnologia è soggetta a continui cambiamenti: come possiamo resistervi in questo contesto?
Con responsabilità. Quando si lavora con la tecnologia, la mia esperienza conferma che bisogna essere prudenti. Dobbiamo riconoscere che la tecnologia si evolve, cambia e può persino scomparire. Dobbiamo pensare e lavorare con una visione globale. L’accettazione e l’adozione di formati digitali, ambienti virtuali ed ecosistemi che fondono arte fisica e tecnologia non sono omogenee, né progrediscono allo stesso ritmo. Pertanto, è importante comprendere ogni contesto per fornire un valore reale e non limitarsi a seguire la tendenza del momento. Anche se un progetto ha una data di scadenza, dobbiamo trovare un modo per renderlo memorabile. Sembra impossibile arrestare il progresso tecnologico, e sembra improbabile prevedere dove ci porterà. Ma credo, e ho sempre creduto, che dobbiamo stargli vicino e, se possibile, parteciparvi attivamente. Soprattutto, dobbiamo essere attenti. Dobbiamo comprendere a fondo il terreno in cui operiamo. Dobbiamo vedere le opportunità che gli ambienti digitali offrono al di là dei titoli dei giornali e partecipare attivamente alla loro evoluzione. Solo in questo modo possiamo affrontare le sfide con buon senso e sfruttare al meglio le opportunità, anche se fugaci: non dobbiamo lasciarcele sfuggire. Essere coinvolti non solo da un punto di vista teorico, ma anche nella creazione e nell’implementazione, con buon senso e responsabilità. E se riusciamo ad apportare valore aggiunto, tanto meglio.














